lunedì 2 marzo 2015

La favola delle api

Quella che vi propongo oggi è una delle opere più controverse delle storia: La favola delle api di Bernard de Mandeville. La favola è molto breve e non è neppure un capolavoro della letteratura, ma, a renderla interessante, sono le note scritte dall'autore stesso per spiegare le sue sconcertanti teorie.

La favola descrive un alveare prospero e temuto dalle api vicine; le abitanti vivono bene, anche quelle più povere. Ogni ape segue il proprio interesse, circondandosi di lusso e piaceri, ma vede questi difetti nelle altre e perciò se ne lamenta con Giove; il dio, allora, le accontenta facendole diventare tutte virtuose. Il risultato però è incredibile: ogni commercio, ogni arte, ogni scienza cessano di esistere perché nessuno vuole più vivere nel lusso e molte api sono così costrette ad emigrare per cercare lavoro altrove; le poche che rimangono, invece, tornano ad uno stato di natura precedente a qualsiasi tipo di civiltà. Insomma, la morale della favola è che la virtù non serve proprio a niente!
Mandeville, nelle note che corredano il breve testo appena descritto, spiega dettagliatamente il suo pensiero. Una società, per essere ricca e prospera, ha un bisogno assoluto del vizio perché è proprio quello che consente al commercio di muoversi, quindi di produrre ma anche di inventare. Se ci accontentassimo di ciò che ci è strettamente necessario, milioni di persone non saprebbero più come vivere. Gli stessi ladri sono fondamentali perché, grazie a loro, lavorano le forze dell'ordine, i giudici, i carcerieri, ecc. Per non parlare della prostituzione: se non ci fossero le donne di piacere, gli uomini attenterebbero alla virtù delle donne oneste, in modo che nessuna potrebbe conservarsi illibata per il suo sposo e non potrebbe sfoggiare la propria pudicizia. Ovviamente bisogna che il vizio venga controllato e che non degeneri: a questo serve la politica. L'uomo, essendo per natura vizioso e pigro, deve compiere un grande sforzo per seguire un minimo di virtù, ma i politici possono alleviargli il compito adulandolo e biasimandolo, sfruttando così i suoi sentimenti di vergogna e d'onore. Proprio questi fattori hanno permesso alla società di nascere, creando un compromesso vantaggioso per l'essere umano: rispettando qualche regola, esso può soddisfare i propri desideri senza doversi sforzare troppo. Qualche politico ingegnoso ha capito tutto ciò e ha spinto gli umani a lavorare per gli altri in modo che ognuno potesse perseguire i propri fini. La società è dominata dall'ipocrisia in quanto i pensieri sono liberi ed è necessario mascherarli per poter continuare ad ottenere il proprio utile in tutta tranquillità. L'amor di sé dell'individuo, cioè il suo tener conto di ciò che gli altri pensano della sua persona e il mostrarsi un uomo d'onore, retto e giusto, è fondamentale per l'autoconservazione e per non aver nemici, sempre per poter agire liberamente, anche a danno degli altri. L'uomo può vivere virtuosamente solo in piccole società composte da pochi membri.

Dall'analisi di Mandeville emerge un quadro davvero terribile: l'uomo è l'animale meno adatto alla socievolezza e tutto ciò che fa lo fa per se stesso. Molti pensatori dell'epoca e non si sono scatenati contro l'autore della Favola, ma, pensandoci con attenzione, non si può dargli del tutto torto.

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