mercoledì 31 dicembre 2014

La scienza nuova

Il 2014 sta per finire. Questo, per me, è stato un anno ricco di avvenimenti, la maggior parte dei quali positivi: ho conosciuto delle persone fantastiche, ho visto dal vivo due gruppi che amo molto e, finalmente, ho iniziato a lavorare! D'altra parte ho perso il mio amico a quattro zampe, evento che non riesco ancora a superare. Spero che per voi sia stato un grande anno e vi auguro che il 2015 sia anche migliore.
Concludo il 2014 con un libro non facilissimo, ma comunque importante e degno della massima attenzione: La scienza nuova di Giambattista Vico.

Partiamo da un'opera precedente, il De antiquissima italorum sapientia: qui Vico espone una teoria fondamentale, cioè quella del verum-factum. Per il filosofo napoletano la conoscenza di una cosa consiste nel farla, cioè noi possiamo conoscere soltanto ciò che facciamo o che costruiamo. Da questo punto si arriva al tema centrale de La scienza nuova: la storia, essendo fatta dall'uomo, è a tutti gli effetti una scienza, in quanto i fatti storici sono prodotti dagli uomini che conoscono perciò dall'interno gli eventi (“il mondo delle nazioni è pur certamente fatto dagli uomini”). Alla storia devono congiungersi la filologia e la filosofia: la prima conosce il particolare, il certo, mentre la seconda conosce l'universale, il vero. Praticamente la filologia riguarda lo studio delle lingue, dei costumi, dei commerci, delle guerre ecc., mentre la filosofia serve ad arrivare alle leggi universali che regolano e guidano il tutto, rendendo così la storia una scienza vera e propria.
Vico parla di tre età storiche alle quali corrispondono tre piani mentali dell'uomo. La storia delle nazioni parte da un'età degli dei a cui corrisponde il senso, dove gli uomini “sentono senza avvertire”; successivamente si ha l'età degli eroi, in cui prevale la fantasia, dove essi “avvertono con animo perturbato e commosso”; infine, c'è l'età degli uomini, dominata dalla ragione, in cui gli uomini “riflettono con mente pura”. Ad ognuna di queste epoche corrispondono delle particolari caratteristiche ed è interessante che per Vico i miti siano un'espressione naturale e spontanea della mentalità primitiva, distruggendo così quella visione che faceva di loro dei portatori di verità filosofiche. Anche il linguaggio nasce come esigenza poetica: la metafora non è un artificio retorico, ma è l'antenata dell'uso letterale della lingua. Da ciò si arriva ad affermare che la poesia precede la prosa e principe assoluto dell'uso metaforico della lingua è Omero. L'Iliade e l'Odissea contengono fatti veri, testimonianze autentiche della storia greca, anche se sono narrati in forma mitica. Per Vico, inoltre, Omero non è un personaggio realmente esistito, ma è un “carattere poetico”, perché i due poemi a lui attribuiti sono in realtà il frutto di una creazione collettiva svoltasi per secoli.
Ed eccoci giunti alla celebre teoria dei ricorsi. Vico parla del Medioevo come di una “nuova barbarie”; ciò significa che ci può essere un ritorno e una ripetizione di tempi storici già trascorsi, caratterizzati da un sistema giuridico duro e da pene crudeli. Questo “ritorno” è dovuto al corrompersi della ragione perché è un regresso e non esprime il naturale corso della storia.

Vico è un autore che spesso viene trattato sommariamente e questo è un enorme peccato. Nonostante alcune parti del suo discorso possano risultare “ingenue”, ciò non toglie che sia stato un grande pensatore e che le sue idee abbiano influito sul pensiero europeo. Le sue teorie sul linguaggio e sulla storia come scienza sono a dir poco meravigliose e fondamentali.

Colgo l'occasione per ringraziarvi di seguire il blog e per farvi gli auguri! Appuntamento all'anno prossimo con tante nuove recensioni! :)

venerdì 19 dicembre 2014

Pamela

Negli ultimi giorni, per la prima volta in vita mia, ho letto un intero libro in inglese: Pamela di Richardson. Sottolineo la cosa perché sono molto orgogliosa di me stessa, soprattutto perché non ho avuto nessuna difficoltà nel comprenderlo, cosa che pensavo impossibile. Invito anche voi quindi a leggerlo in lingua originale visto che, se ce l'ho fatta io, può farcela chiunque senza nessuna difficoltà!

Pamela è un romanzo epistolare, la cui protagonista, Pamela appunto, è la cameriera di una nobildonna; quest'ultima, in punto di morte, la affida al figlio, Mr B. Il giovane vuole corrompere la bella e innocente cameriera, ma lei si difende con tutte le sue forze, dimostrando una virtù fuori dal comune. Per non soccombere alle avance del padrone, chiede di poter tornare a casa dai suoi genitori, i quali considerano la virtù della figlia come il bene più prezioso che essa possiede. Mr B sembra accettare ma, invece che condurla dai suoi, la porta in una sua tenuta, dove la tiene rinchiusa come prigioniera sotto la supervisione di Mrs Jewkes. Pamela tenta di fuggire e chiede aiuto al giovane uomo di chiesa Mr Williams, il quale ha la brillante idea di chiederla in sposa. Mr B, ovviamente, non può tollerare una cosa simile e lo fa incarcerare, accusandolo di non aver saldato un debito con lui. La povera Pamela è disperata e tenta una fuga rocambolesca che però non ha un buon esito. Mr B comincia allora a ravvedersi e ad essere estasiato dal modo in cui la sua sottoposta difende con tenacia la sua virtù. Ed ecco l'incontro e la discussione nel giardino che cambiano le sorti di entrambi.

La storia narrata, nonostante sia un po' esasperante vista l'enorme mole di lettere che Pamela scrive ai suoi genitori, è scorrevole, anche se un po' inverosimile. Come al solito sottolineo che questa è una mia opinione e probabilmente sono io che sono pessimista nei confronti del genere umano, ma mi pare assurdo che una persona abbia tutta questa virtù e non ceda, prima o dopo, alle lusinghe di un uomo bello, giovane e ricco. Vorrei pure ricordare che Pamela ha quindici anni, un'età in cui non si è proprio saggi. D'altro canto, però, si può pure considerarla molto astuta visto che riesce a farsi sposare. Inoltre, tutti amano Pamela, sia i suoi colleghi (nessuna cameriera è invidiosa della sua fortuna!) sia i nobili conoscenti di Mr B e questa mi sembra un po' un'esagerazione.
Lasciando perdere le mie considerazioni, bisogna ammettere che è un romanzo scritto bene, avvincente e soprattutto è lodevole il lavoro fatto da Richardson nel dare ad ogni personaggio un tipo di linguaggio a lui particolare, a seconda della condizione sociale, delle mansioni ecc. Pamela, inoltre, è uno dei romanzi più famosi della letteratura inglese e spesso ne sono stati copiati la trama e i personaggi, sia in altre opere che in ambito cinematografico. Direi che è un'ottima lettura.

giovedì 11 dicembre 2014

La natura secondo i suoi principi

Oggi parliamo di uno degli autori più brillanti del '500, definito addirittura da Bacone come il “primo dei moderni”, ma purtroppo un po' dimenticato ai giorni nostri: Bernardino Telesio.

La natura secondo i suoi principi è il suo capolavoro, opera messa all'Indice nel 1593 e tornata in “libertà” solo nel 1900, estremamente critica verso le concezioni di Aristotele e dei peripatetici.
Già dal titolo l'autore spiega chiaramente il suo intento: la natura è retta da principi che sono ad essa interni e l'uomo può coglierli perché è lui stesso natura. La natura delle cose deve quindi essere colta attraverso i sensi, in modo da non cadere nell'errore di creare un modo fittizio.
I principi delle cose sono il caldo e il freddo che, lottando tra di loro in quanto sono nature agenti, danno vita al divenire. Essi sono incorporei ed eterni e cercano di occupare la materia. Da tutto questo derivano l'esistenza del vuoto e la concezione dello spazio come recipiente dei corpi. Il caldo ha la propria sede nel cielo, il quale è tenue, bianco, liquido e mobile, mentre il freddo ha la sua nella Terra, che è densa, nera, oscura e immobile (ricordiamoci che qui si pensa ancora che il cielo giri con moto circolare intorno alla Terra che resta ferma). I due principi hanno in comune il desiderio di conservarsi e l'odio verso la propria distruzione: da questi motivi Telesio arriva a dire che le cose, essendo costituite dal caldo e dal freddo, “sentono”, cioè percepiscono ciò che le favorisce e ciò che le danneggia e quindi possono seguire le prime e fuggire le seconde. Ciò non significa che le cose abbiano degli influssi che vengono dati loro da qualcosa di esterno, come i pianeti o Dio o altro, ma questo “sentire” è una cosa propria della natura, quindi non ha nulla di magico o soprannaturale, ma è solo una sua caratteristica intrinseca. Le azioni delle cose esterne giungono poi allo spirito, una sostanza tenue e mobile alla quale devono essere attribuite tutte le funzioni dell'organismo. Telesio dice che anche l'anima è spirito, e quindi corporea, e potete ben immaginare come la Chiesa abbia preso questa affermazione! Non a caso Telesio, nelle due edizioni successive, cambiò la sua teoria, affermando che ci sono due anime distinte, una di origine materiale e una di origine divina, ma questo sembra fatto più per calmare il clero che non per un cambio di idee convinto.

Telesio è stato davvero un grande pensatore che ha avuto il coraggio di distaccarsi dalla Chiesa e dalla riflessione magica della sua epoca e soprattutto da Aristotele, colui che per secoli è stato considerato il sommo pensatore che non si poteva confutare in alcun modo. Come molti anche Bernardino ha dovuto subire le angherie della Chiesa, ma non per questo si è perso d'animo, continuando per la sua strada, concedendo solo qualche piccolo contentino che però non è servito a “salvare” la sua opera dalle grinfie dell'Indice.
Vi consiglio davvero di leggere La natura secondo i suoi principi che, nonostante sia un'opera filosofica, è scorrevole, anche se in certe parti ci sono concezioni scientifiche del tutto errate, ma bisogna leggere con la mentalità del '500 e non con la saccenteria dei giorni nostri.

mercoledì 3 dicembre 2014

L'ultima spiaggia

Oggi vorrei proporvi un'opera molto allegra, caratteristica che si nota già dal titolo: L'ultima spiaggia.

Siamo nel 1963, epoca in cui l'umanità è condannata a scomparire. Pochi anni prima, infatti, nell'emisfero settentrionale era scoppiata una terribile guerra atomica, breve ma mortale; nel nord del mondo ormai sembra non esserci più anima viva, mentre in America Latina, in Africa meridionale e in Australia la popolazione attende la sua fine verso settembre, mese in cui arriveranno le radiazioni. E la nostra storia è ambientata proprio in Australia, dove si sta preparando una spedizione sul sottomarino americano “Scorpion” per capire se qualcuno è riuscito a scampare alla morte. Il sottomarino è comandato dallo statunitense Dwight Towers, affiancato dall'australiano Peter Holmes. Prima della partenza Holmes invita il suo superiore a casa sua, per presentargli la moglie Mary e la figlioletta Jennifer; per rendergli il soggiorno più spensierato e per fare in modo che i ricordi della sua casa e della sua famiglia non lo tormentino, gli affianca Moira, una ragazza dai modi molto diretti. Tra i due, piano piano, nascerà dell'affetto, anche se Dwight rimarrà attaccato costantemente al ricordo di sua moglie e dei suoi figli, nonostante si renda conto che la speranza di rivederli è ormai del tutto vana. Lo “Scorpion” parte per le sue ricerche con a bordo il dottor John Osborne, fisico incaricato di prelevare la quantità di radiazioni presenti nell'aria. Le esplorazioni sono due: la prima molto breve, mentre la seconda dura quasi un mese, spossando sia fisicamente che moralmente gli uomini. Al ritorno da quest'ultima le notizie sono agghiaccianti: nessuno è vivo nell'emisfero settentrionale e le radiazioni stanno per colpire anche gli ultimi paesi superstiti. Gli unici a sopravvivere per qualche tempo all'uomo saranno cani, topi e conigli. Nei pochi giorni che mancano alla morte certa, ognuno cerca di passare gli ultimi momenti come meglio può, mentre diarrea e vomito cominciano a colpire tutti. Nelle farmacie, però, vengono consegnate gratuitamente pillole e siringhe per rendere la morte veloce e indolore.

L'ultima spiaggia è un romanzo che non lascia mai spazio neppure alla più piccola speranza. Fin dall'inizio si sa come finirà la storia e se anche si accende una piccola fiammella che dice “le radiazioni non arriveranno”, subito viene spenta dai vari personaggi. Non resta altro che attendere la fine e scoprire come i protagonisti decideranno di morire. Le questioni che quest'opera di Shute solleva sono molteplici. Ad esempio si ha il tema del suicidio e dell'eutanasia: è giusto uccidersi e uccidere qualcun altro per farlo morire senza soffrire? Al riguardo c'è un interessante scambio di battute fra Holmes e la moglie. Altro quesito è: perché deve pagare gente innocente per le decisioni prese da quei pochi che hanno il potere? I protagonisti mostrano i loro punti di vista, ma le domande restano e ci portano a pensare seriamente a tutto questo, anche perché non sono cose così assurde, nel senso che una guerra lampo e di distruzione non è di certo fantascienza.
Ho trovato, però, piuttosto inverosimile il comportamento del popolo australiano: tutti sanno che devono morire, ma nonostante questo sono gentili l'un con l'altro e cercano di rispettare le leggi. Sarò io pessimista, ma se l'umanità stesse per scomparire credo che ci sarebbe il caos più completo e ognuno farebbe le cose peggiori senza troppi sensi di colpa. So che magari quest'ordine e quest'armonia sono frutto dell'epoca di stesura del romanzo e forse anche di pressioni dell'editore, ma comunque mi pare siano troppo distanti da una possibile verità.
L'utima spiaggia è un romanzo che vi consiglio assolutamente di leggere e sono sicura che non ne rimarrete delusi.

mercoledì 19 novembre 2014

Pietro Abelardo

Mi è capitata tra le mani una breve antologia di testi di Abelardo, importante pensatore medievale, conosciuto soprattutto per la sua tragica storia d'amore con Eloisa, rapporto famoso quanto quello di Tristano e Isotta o Giulietta e Romeo, solo che vero e con conseguenze devastanti.

I libri da cui sono presi i brani esposti sono tratti dalla Theologia Scholarium, dalla Theologia Summi Boni e dal Dialogus inter Philosophum, Judaeum et Christianum. Farò una breve sintesi, anche se vi invito a leggere le opere intere. So che il medioevo non è proprio il periodo più simpatico della filosofia, ma Abelardo ha sempre dimostrato una grande libertà di pensiero e la sua esposizione è piuttosto fluida.

Per Abelardo tre sono le cose con le quali si giunge alla salvezza: la fede, la speranza e la carità. La fede è il fondamento di tutti i beni; essa è un dono ed è la prova dell'esistenza di ciò che non vediamo. La speranza è l'attesa di qualcosa che è bene per noi conseguire, mentre la carità è il vero amore, quello che consiste nella volontà buona verso l'altro considerato in se stesso.
Già i filosofi pagani avevano parlato della Trinità, soprattutto i neoplatonici con l'importanza data al Nous (intelletto). L''Uno di Plotino diventa quindi Dio e da lui nasce il Nous, cioè la Sapienza di Dio, identificata con il Figlio; da esso, infine, nasce lo Spirito Santo, cioè l'anima mundi, che, degenerando, dà vita ai corpi materiali (concezione di Macrobio, autore al quale Abelardo si rifà spesso). Quindi lo Spirito Santo è anima, cioè vita, delle nostre anime; l'anima, facendo uso della ragione, ottiene la sua somiglianza con la sapienza divina. Dio è venuto incontro alla nostra ignoranza quando si è dato a noi nell'incarnazione del Figlio (che, ricordiamo, è la ragione).
Padre, Figlio e Spirito sono il Sommo Bene che si manifesta nella rivelazione: essi sono una sostanza unica ma hanno proprietà diverse. Spieghiamo meglio: ad esempio io, mia madre e mia sorella abbiamo nomi diversi e questo rappresenta la nostra proprietà, ma, allo stesso tempo, siamo tutte e tre donne, quindi nella sostanza siamo uguali; lo stesso discorso vale per la Trinità e, con questo argomento basato sul linguaggio, Abelardo tenta di porre termine all'interminabile disputa se la Trinità sia composta da sostanze distinte o se sia una. Dio indica la potenza di colui che può fare tutto ciò che vuole, il Figlio o Verbo è la sapienza con la quale può discernere tutte le cose e lo Spirito Santo è la carità, cioè l'amore con cui Dio vuole che tutte le cose siano costituite e disposte al meglio, in modo che ogni cosa possa svilupparsi nel miglior modo possibile.
Per parlare di Dio bisogna usare delle similitudini, perché il nostro linguaggio è limitato: Abelardo parla quindi del sigillo di bronzo. Il bronzo rappresenta Dio, il sigillo con il quale si può imprimere il segno è il Figlio, il sigillo nell'atto del sigillare è lo Spirito e, quando il sigillo imprime la sua forma, si ha l'atto della creazione.
Nella Pentecoste si compiono i doni della carità e della dottrina concesse da Dio agli uomini: solo esse hanno reso perfetti i discepoli. Grazie allo Spirito, Dio ci offre la grazia e infonde in noi la carità che è la madre di tutte le virtù, a cominciare da quelle cardinali (giustizia, prudenza, fortezza, temperanza); quindi, ciò che crediamo sia nostro merito in realtà è dono di Dio.
Per Abelardo non c'è opposizione tra fede e ragione perché i veri cristiani sono i veri filosofi, in quanto la loro ragione è in grado di cogliere la verità.
Dio, amandoci e rivelandosi gradualmente come nostro bene, ci spinge a riamarlo ed è questa la profonda dinamica della carità.

Come potete bene immaginare, Abelardo non ha vissuto una vita tranquilla a causa delle sue teorie. I teologi medievali, passatemi il termine, erano dei gran rompi coglioni e un minimo di libertà di pensiero che si discostasse dalla “vera dottrina” veniva subito malvista. Per fortuna gli intellettuali non si sono fatti scoraggiare da questo atteggiamento repressivo e molti autori hanno dato contributi profondi alla teologia e alla filosofia. Può sembrare una cosa noiosa approfondire queste cose, ma, che lo vogliamo o no, la nostra storia e il nostro pensiero derivano anche da tutto questo.

martedì 11 novembre 2014

Tre croci

Tozzi è in assoluto uno dei miei autori preferiti: secco, senza giri di parole, malinconico ma senza essere pesante.

Tre croci narra le vicende di tre fratelli, Giulio, Niccolò ed Enrico Gambi (Tozzi si è ispirato ad un fatto vero per il romanzo). I primi due sono proprietari di una libreria, mentre il terzo si occupa di una legatoria, ma senza impegnarsi troppo. Ad Enrico, infatti, non piace lavorare, ma si atteggia da signore anche se non lo è. Giulio è intelligente e appassionato del suo lavoro; Niccolò, invece, è un esperto di oggetti d'arte, all'apparenza scontroso ma in realtà simpatico, in quanto la gente apprezza il suo modo di scherzare e la sua risata contagiosa. Con i tre fratelli abitano Modesta, la moglie di Niccolò, e due nipoti, Chiarina e Lola. Gli affari dei Gambi, però, vanno molto male e da qualche tempo Giulio, d'accordo con gli altri due, ha trovato il modo per risollevarsi economicamente: falsificare alcune cambiali usando la firma del cavalier Nicchioli. Questi aveva già dato loro delle cambiali autentiche e quindi nessuno aveva mai sospettato di loro, fino a quando un impiegato troppo zelante della Banca non scopre l'inganno. La vita dei tre fratelli cambia drasticamente: i sensi di colpa, già provati in passato per l'azione disonesta compiuta ai danni del loro conoscente, sono ora insostenibili e tutti ormai voltano loro le spalle. Per non perdere tutto cercano di pensare in fretta ad un modo per risollevarsi, ma il destino non è dalla loro parte...

Tre croci è un romanzo intenso, dove la psicologia dei tre fratelli Gambi è ben approfondita, nonostante Tozzi non la descriva nel dettaglio, ma la faccia trapelare da brevi e serrati dialoghi e da piccoli gesti. L'asciuttezza dello stile può ricordare il verismo del Verga, mentre la riflessione psicologica sul peccato e il senso di colpa non può non richiamare Dostoevskij in tutta la sua grandezza. Posso solo dire che Tozzi è un gioiello della nostra letteratura che va riscoperto e amato.

martedì 4 novembre 2014

Via col vento

Anche questa recensione, come la precedente, tratta di un romanzo ambientato nel Sud degli Stati Uniti. Prima, però, devo fare una confessione: Via col vento è uno dei miei film preferiti. Dopo averlo visto innumerevoli volte ho finalmente trovato il libro di Margaret Mitchell, innamorandomene ancora di più. So che sembra strano, ma la storia e i personaggi sono di tutto rispetto e non è assolutamente scontato né banale. Vi consiglio fin d'ora di armarvi di pazienza e di leggerlo perché ne vale davvero la pena! Stesso consiglio sulla pazienza vale anche per il film vista la sua non indifferente durata!

Siamo in Georgia, nella piantagione di Tara, dove la bellissima Rossella O'Hara sta chiaccherando piacevolmente con i gemelli Tarleton. La giovane dagli occhi di gatto è la più corteggiata della contea e non vede l'ora di partecipare alla festa del giorno successivo alle Dodici Querce. Peccato però che l'attesa venga rovinata dalla notizia che il suo adorato Ashley (l'unico che non la vuole, ma solo in apparenza) si stia per sposare con l'insignificante Melania! Rossella non si dà per vinta e, durante la festa, gli confessa il suo amore. Ad assistere alla discussione fra i due c'è il capitano Rhett Butler, uomo affascinante, cinico e beffardo. Rossella, per ripicca verso Ashley, sposa Carlo, il fratello di Melania. I vari matrimoni vengono celebrati in tutta fretta perché il Sud sta per entrare in guerra contro gli Stati del nord. Il conflitto porterà morte e distruzione, toglierà il sistema della schiavitù e ucciderà Carlo. Rossella e Melania si trasferiscono ad Atlanta e, proprio durante l'assedio della città, Melania darà alla luce un bambino. Grazie all'aiuto di Rhett, le due giovani riescono a fuggire a Tara. La magnifica piantagione, però, non è più la stessa: Elena, la madre di Rossella, è morta e Gerald, suo padre, impazzito dal dolore, non è più il caparbio irlandese di un tempo. Rossella non demorde neanche questa volta, ma si rimbocca le maniche e lavora la terra, costringendo i vecchi servi neri rimasti e le sue sorelle ad aiutarla. Nel frattempo ritorna pure Ashley, ma non è di nessun aiuto perché totalmente incapace di fare il coltivatore. Rossella, per pagare le tasse esagerate imposte dagli yankee, decide di chiedere aiuto a Rhett, il quale si è arricchito durante la guerra in modo poco chiaro e poco pulito. Purtroppo però, non può esserle d'aiuto perché si trova in carcere, ma le vie del Signore sono infinite e Rossella, appena uscita dalla prigione, trova Franco Kennedy, lo spasimante di sua sorella. Con l'inganno, la bella e furba Miss O'Hara lo sposa e intraprende la carriera di commerciante. Anche Franco farà però una brutta fine. Ed ecco che finalmente Rhett le chiede di sposarlo! Sa benissimo che Rossella pensa ad Ashley, ma spera in un suo cambiamento.

Via col vento non è solo una storia d'amore, ma è anche uno scorcio di storia degli Stati Uniti, dalla guerra di Secessione a tutti i problemi che essa ha comportato, come la libertà degli schiavi, il governo poco pulito dei nordisti, la nascita del Ku Klux Klan ecc. E' vero che l'amore la fa da padrone, ma non è trattato come un sentimento banale, anzi. Ciò che Rossella prova verso Ashley è fondato su una visione costruita su di lui che non rispecchia la realtà; Ashley desidera Rossella solo per il suo corpo, mentre Rhett per la sua mente, mostrando in questo di essere davvero capace di amare, nonostante la sua aria di menefreghismo assoluto. I personaggi di Rossella e Melania sono diversissimi, ma entrambi splendidi: la prima è egoista, opportunista, pronta a tutto pur di far quattrini, mentre la seconda è dolce e comprensiva, ma forte e decisa quando serve. Rossella odia Melania, ma senza di lei non può stare perché, nonostante la sua fragilità, è proprio lei ad aiutarla in ogni momento della sua vita. Anche i personaggi maschili sono molto dissimili tra loro: Rhett è il bello e maledetto, il rinnegato, alla fine migliore di tutti gli altri; Ashley, invece, è un uomo inutile, incapace di stare al mondo.

Che dire, in questo romanzo c'è di tutto ed è davvero uno dei capolavori della letteratura americana (so che sono di parte, ma credetemi lo stesso)!