martedì 20 agosto 2013

Alice nel paese delle meraviglie / Attraverso lo specchio

Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò sono due opere, collegate tra loro, dell'autore inglese Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson). Alice fu scritto nel 1862 e poi pubblicato dall'editore londinese Macmillan nel 1863, con le illustrazioni di John Tenniel, uno dei più quotati disegnatori del tempo (che illustrerà anche Attraverrso lo specchio nel 1871). Il primo titolo dell'opera era Alice's Adventures Under Ground, poi cambiato nel titolo che la ha resa famosa.

Una premessa è necessaria. Carroll era un insegnante di matematica al Christ Church College di Oxford (uno dei più prestigiosi colleges inglesi). Egli, a detta dei suoi studenti, era un uomo noioso, pedante e balbuziente: ai ragazzi non piaceva e a lui non piacevano i ragazzi. Nonostante questo era un matematico notevole (importanti sono i suoi trattati sulla materia), un ingegnoso inventore e un grandissimo esperto di fotografia. Le uniche persone con cui sapeva essere divertente e con le quali non balbettava erano le bambine; Carroll, infatti, le invitava a casa, le fotografava, giocava e conversava con loro. Alice è nato proprio per delle bambine sue amiche: le tre sorelline Liddel, Lorina, Alice e Edith, figlie del decano del Christ Church. Il 4 luglio, durante una gita in barca sul fiume Isis, Carroll inventò la storia di questa ragazzina, Alice, chiamandola così in onore della secondogenita dei Liddel, che quel giorno compiva dieci anni. Le bambine rimasero incantate dal racconto e pregarono il loro accompagnatore di scriverlo; Carroll esaudì il loro desiderio e aggiunse, inizialmente, dei disegni fatti di suo pugno. Dopo la vera e propria pubblicazione, regalò la prima copia dell'opera ad Alice Liddel e la seconda alla principessina Beatrice, la secondogenita della regina Vittoria.

Alice e Attraverso lo specchio sono racconti in cui predominano il nonsense e i giochi di parole, dati soprattutto dalla storpiatura di diverse poesie infantili. Essi, inoltre, rompono con la tradizione dei racconti "classici" per la fanciullezza: questi dovevano insegnare le virtù, mentre le opere di Carroll ne fanno una parodia. L'unica morale di Alice è quella del divertimento, del piacere: la giovane protagonista diventa così il simbolo dell'infanzia libera. Moltissime sono le spiegazioni che diversi studiosi hanno cercato di dare a queste opere e agli strani personaggi che le popolano; una di queste è che esse simboleggino il passaggio doloroso dall'età infantile a quella adulta.

Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio non sono solo opere per l'infanzia e infatti andrebbero rilette anche da grandi. Per Virginia Woolf Alice è un libro che aiuta gli adulti a diventare bambini. Come darle torto?  

lunedì 12 agosto 2013

Il suono della montagna

Nuova "pillola" riguardante il Giappone. Il romanzo di oggi è Il suono della montagna (1949) di Yasunari Kawabata. Questo autore è uno degli scrittori più importanti del Sol Levante, primo giapponese a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1968 e grande ammiratore e amico di Yukio Mishima. La sua produzione è molto ampia e, insieme con altri autori, ha dato vita al movimento d'avanguardia Shinkankakuha ("Movimento Neopercettivista"), il cui scopo era quello di cogliere la realtà attraverso l'immediatezza delle sensazioni.

Il romanzo si concentra sulla storia di una famiglia e in particolar modo sul suo componente più anziano, Shingo. Egli è un uomo sensibile, assorto nei suoi sogni (i quali hanno un ruolo centrale per la sua vita) e nel passato. Shingo non ama la moglie Yasuko (era innamorato infatti della sorella di lei, morta molti anni prima); il figlio Shuichi ha problemi di alcol, mantiene un'amante e non dimostra affetto verso la consorte Kikuko; la figlia Fusako si rifugia nella sua casa con le sue due figlie perchè vuole divorziare dal marito spacciatore. In questo clima di decadenza familiare, Shingo si lega sempre di più alla nuora Kikuko, donna fragile ma molto intelligente. In tutto il romanzo un ruolo predominante lo ha la natura e in particolare il suono della montagna che dà il titolo al libro: "Somigliava al suono del vento lontano, ma aveva una forza profonda come se si trattasse dei rimbombi della terra. Pareva quasi che qualcosa risuonasse nel suo capo. Per un attimo Shingo pensò che era il suo orecchio che ronzava e, per accertarsene, scosse la testa. Il suono cessò. Dopo che il suono era cessato, per la prima volta Shingo ebbe paura. Rabbrividì pensando che forse era il preannuncio della morte".

Il suono della montagna è scritto in modo asciutto, "giornalistico". Gli stati d'animo dei protagonisti si intuiscono dai loro gesti, dalle loro parole e da come percepiscono la natura che li circonda: mai, però, ci sono emozioni forti o improvvise (dai romanzi che ho letto sembra proprio una caratteristica specifica del popolo giapponese, ma le mie letture di questo paese non sono state molte e quindi è solo una mia supposizione).

Il suono della montagna è un'opera malinconica, scandita dal passare delle stagioni, dalle abitudini di Shingo e della sua famiglia e dal dolore che tutti i personaggi provano nel fondo del loro cuore. 

lunedì 5 agosto 2013

Storia di Genji

Storia di Genji. Il principe splendente è un romanzo di Murasaki Shikibu, scritto poco dopo l'anno mille. Dell'autrice si hanno poche notizie; è certo comunque che fosse una nyobo, cioè una donna facente parte delle dame di corte.

I primi quarantuno capitoli raccontano le vicende di Genji dalla sua nascita fino alla morte (il romanzo consta di altri tredici capitoli che narrano la storia dei suoi discendenti, ma la mia versione, quella nella foto, si ferma con la morte del protagonista, perchè il seguito è pubblicato da un altro autore). Genji è bellissimo, intelligente, versato nella poesia e nella musica: incarna il modello giapponese dell'uomo perfetto. Egli è figlio dell'Imperatore e della concubina Kiritsubo; non essendo nato dalla moglie "ufficiale" del sovrano egli non può far parte della famiglia imperiale, ma è comunque il favorito del padre e la sua carriera sarà brillantissima. Genji ha una grande libertà, soprattutto in ambito amoroso: il libro racconta, accanto alla sua ascesa politica, proprio le sue innumerevoli conquiste. La storia è lineare, scritta cioè nello stile tipico del monogatari ("racconto di cose"). Questo non significa che l'opera sia piatta, anzi, è estremamente sofisticata a livello stilistico, con le sue continue riprese di alcuni fatti in diversi capitoli, con l'uso dell'ironia ecc.

Importantissima è la religione: Buddhismo, Shintoismo e Confucianesimo pervadono l'intera opera. La vita dei personaggi è scandita dai cerimoniali e da una visione dell'esistenza tipici del Buddhismo. Sempre da questa religione è preso il tema fondamentale del karma: ogni colpa commessa dai vari personaggi del romanzo, prima fra tutti quella di Genji, produce un effetto; ogni disgrazia, quindi, è il risultato di azioni negative commesse in questa o in una vita precedente.
 
La Storia di Genji è un classico della letteratura giapponese, importante per la comprensione del passato di questo paese così distante da noi. La bellezza del testo, la presenza costante della natura che indica il mutare delle stagioni e la complessità di alcuni personaggi lo rendono unico. Da non dimenticare che è stato scritto da una donna in un tempo e in un luogo in cui i maschi predominavano, anche se Murasaki Shikibu non è stata l'unica grande scrittrice dell'epoca Heian.

mercoledì 31 luglio 2013

L'Anticristo

L'Anticristo è un'opera del filosofo Friedrich Nietzsche del 1888, pubblicata nel 1895.

In questo testo due sono i concetti strettamente legati tra loro: quello della morale e quello del nichilismo. Nella filosofia "tradizionale" essi sono concetti antitetici; per Nietzsche, invece, la morale stessa è nichilismo, è nulla, è menzogna! La morale, quindi la religione, si allontana totalmente dalla realtà, creando un mondo trascendente completamente finto e proprio in questo distacco della morale dalla realtà consiste il nichilismo.
 
La morale nasce dalla pretesa di salvare ciò che sta morendo. Il Dio degli Ebrei era un dio legato alla realtà, perchè era concepito antropomorficamente. Quando questa visione venne meno, i sacerdoti ebrei non vollero abbandonare il concetto di Dio e perciò lo "ricrearono", facendolo diventare trascendente e "morale". La moralità e la purezza di questo nuovo Dio sono la dimostrazione che esso non è più reale: queste caratteristiche si fondano quindi sulla sua morte (concetto già espresso ne La gaia scienza, nell'aforisma 125, dove l'"uomo folle" annuncia proprio questo: "Gott ist tot!"). Il Cristianesimo è la continuazione dell'Ebraismo. Per Nietzsche questa religione si fonda sul risentimento: i discepoli di Gesù, e in particolare Paolo di Tarso, rimasti spiazzati dalla morte del loro "maestro", risentiti quindi dalla realtà, hanno deciso di riscattare la sua "sconfitta" ignominiosa, creando il "regno dei cieli". Facendo questo hanno completamente travisato il messaggio evangelico di Gesù. Il Protestantesimo, infine, è la peggiore religione in assoluto. In Italia, durante il periodo della Riforma, c'era la più grande manifestazione della volontà di potenza (cioè di vita, di istinto), basata sulla totale mancanza di elementi metafisici: il Rinascimento; Lutero, con la sua voglia di purificazione della Chiesa, lo ha ucciso. Solo lo scetticismo può aiutare a smascherare tutte queste imposture, a patto che non si trasformi esso stesso in una legge.
 
L'Anticristo è una delle opere di Niezsche più estreme, dove il suo ateismo risulta totale, in quanto colpisce direttamente il concetto stesso di Dio. Dal rifiuto della morale, e quindi dal superamento del nichilismo, si arriverà all'eterno ritorno, cioè quel movimento della volontà che vuole togliere dal passato la metafisica, e poi al celebre Ubermensch, "l'oltre-uomo", cioè l'uomo che riesce a liberarsi dalla natura trascendente che gli è stata imposta.

venerdì 26 luglio 2013

Netocka Nezvanova

Il romanzo Netocka Nezvanova venne pubblicato sulla rivista "Annali Patrii" nel 1849, ma rimase incompiuto perchè Fedor Dostoevskij venne arrestato e deportato. L'autore, successivamente, lo riprese in mano e lo sistemò in alcuni punti, ma decise comunque di non concluderlo. Questo è il primo tentativo di grande romanzo compiuto da Dostoevskij.
 
Netocka narra in prima persona la sua storia, dall'infanzia fino alla giovinezza (momento in cui si interrompe lo scritto). Il romanzo si apre con il racconto della vita del suo patrigno Efimov, musicista geniale ma fallito (biografia che le è stata riferita dall'amico e collega di questi, B.). Il primo ricordo di Netocka è quello della prima carezza datagli proprio dal patrigno e della conseguente scoperta dell'"infinito amore" per lui (non a caso ella lo difende sempre con la madre e il loro rapporto sembra quasi incestuoso). L'infanzia di Netocka, comunque, è segnata dalla miseria, dall'ubriachezza, dalla rabbia del patrigno che, per giustificare il proprio fallimento, incolpa la moglie. Tutto questo finisce nel peggior modo possibile. Netocka passa così l'adolescenza nella casa del principe Ch...ij, dove, successivamente, si lega con una profonda amicizia  alla figlia di questi, la principessina Katja. Anche qui il rapporto che lega le due è molto strano, quasi morboso, per l'eccessivo attaccamento mostrato con baci e carezze costanti. Netocka ha bisogno di affetto ed è questa la causa dei suoi comportamenti. Anche questa vita non dura a lungo e la giovane adolescente deve trasferirsi nella casa di Aleksandra Michajlovna, figlia di primo letto della moglie del principe. Tra Aleksandra e il marito Petr Aleksandrovic c'è un segreto che tormenta il loro rapporto: lei aveva un amante e lui, recitando la parte dell'uomo offeso, glielo rinfaccia costantemente per aumentarle il dolore.
 
Nonostante Netocka Nezvanova sia incompiuto, la storia non risente affatto di questa brusca interruzione. La grandezza di Dostoevskij è già tutta qui: la psicologia di Netocka, in tutte le fasi della crescita (infanzia, adolescenza e giovinezza) è scandagliata perfettamente e accurate sono le descrizioni dei gesti connessi ai suoi bisogni inconsci.  

Netocka Nezvanova dovrebbe essere valorizzato di più perchè, nonostante sia in alcuni punti "debole", è comunque una dimostrazione del genio di Dostoevskij, il quale si svilupperà maggiormente nei grandi romanzi della maturità dell'autore.

domenica 21 luglio 2013

La steppa. Storia di un viaggio

La steppa. Storia di un viaggio è un racconto del 1888 di Anton Pavlovic Checov. A quest'opera Checov lavorò moltissimo e apportò delle modifiche anche dopo la prima pubblicazione avvenuta sul Severnij Vestnik, "Il Messaggero del Nord", di Pietroburgo.
 
Egoruska parte per entrare al ginnasio con lo zio Ivan Ivanic Kuzmicev e padre Critoforo, i quali devono vendere della lana, alla volta della città. Durante il viaggio, il piccolo Egoruska viene affidato ad un convoglio di portatori di lana diretti nella stessa direzione, per poi potersi ricongiungere con lo zio e padre Cristoforo in città. Da qui la narrazione procede lenta, la vita degli accompagnatori di Egoruska è scandita dal mangiare e dal dormire, non succede nulla di particolare. La bellezza di questa descrizione è quella di mostrare la vera steppa, questo luogo immenso e desolato, in cui è la natura a farla da padrone. Il piccolo Egoruska si annoia, ma, nello stesso tempo, è come rapito dal paesaggio che lo circonda. Ogni capitolo che compone questo lungo racconto è come una storia a sè, totalmente compiuto ed è lo stesso Checov a dirlo: "La steppa non assomiglia a un racconto, ma a un'enciclopedia della steppa. Ogni singolo capitolo forma un racconto a sè, e tutti i capitoli sono legati fra loro come le cinque figure della quadriglia, per intima parentela. Così ogni pagina vien fuori compatta come un piccolo racconto...".
 
Dal breve riassunto che ho fatto sembra un'opera "poco interessante", ma posso assicurare che non lo è, anzi, sembra di essere in viaggio con Egoruska e con i suoi compagni: si è totalmente trascinati dal ritmo cullante della narrazione. Con questo racconto, inoltre, si passa dall'"umorismo" che contraddistingue i lavori precedenti dello scrittore, ai grandi racconti dell'età matura che fanno scorgere, dietro un'apparente giocosità, il dolore della vita umana.
 
La steppa. Storia di un viaggio è un capitolo fondamentale nella vasta produzione di Checov. Un cruccio dello scrittore è quello di non essere mai riuscito a scrivere un grande romanzo, ma per me quest'opera può benissimo essere la prova che il romanzo che tanto sognava sarebbe stato di sicuro un capolavoro!

domenica 14 luglio 2013

Uno, nessuno e centomila

Uno, nesssuno e centomila è un romanzo, apparso tra il 1925 e il 1926 sul settimanale "La fiera letteraria" e poi pubblicato in volume nel 1926, di Luigi Pirandello.
 
La vita di Vitangelo Moscarda viene stravolta a partire da un'osservazione della moglie, la quale gli fa notare una serie di lievi difetti fisici. Vitangelo comincia a ragionare che se la moglie, sotto l'aspetto fisico, lo vede diversamente da come egli crede di essere, ciò accadrà anche per gli altri suoi conoscenti e ancora di più per ciò che riguarda la sua interiorità. Ci sono dunque tanti Moscarda quanti sono quelli che lo vedono, a seconda dei momenti, delle disposizioni di ciascuno, ecc. Scopre così di essere per sè "nessuno" perchè l'unità della sua persona si scinde nelle "centomila" immagini che egli offre di sè agli altri. Vitangelo cerca, attraverso degli atti che sembrano folli, di svincolarsi dai giudizi e dalle impressioni altrui, i quali sono sempre parziali e soggettivi, per affermare, attraverso un atto di libera volontà, la propria autentica personalità. Nella parte finale del romanzo, che è narrato in prima persona proprio da Moscarda, il protagonista fa un'importante distinzione tra "vivere" e "conoscere": la vita si muove di continuo, non può essere fissata, non riesce mai a vedere veramente se stessa; al contrario, conoscere è bloccarsi, è avere una visione parziale di come si è prendendola per assoluta, non è la vera vita.
 
Uno, nessuno e centomila è un romanzo sulla solitudine dell'uomo, ma è anche l'accettazione della scomposizione della personalità, quindi è un accettare se stessi liberandosi da tutti i vincoli a cui siamo sottoposti, diventando cioè capaci di vivere senza giudizi o condizionamenti di sorta.
 
Consiglio la lettura di questo breve romanzo perchè apre la mente a degli interrogativi che difficilmente ci poniamo, ma che poi capiamo essere fondamentali per comprendere la nostra vita e ciò che ci circonda.